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Demenze senili ed Alzheimer

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Demenze senili ed Alzheimer

Le demenze costituiscono sempre di più un problema rilevante di sanità pubblica, tali patologie rappresentano infatti una delle maggiori cause di disabilità nella popolazione generale ed hanno un considerevole impatto socio-sanitario. A testimonianza della consapevolezza della complessità della situazione, accanto all’impegno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che da qualche anno ha inserito i disturbi neurologici tra le priorità della sua agenda globale, anche l’Unione e la Commissione Europea hanno posto il tema specifico delle demenze al centro delle attività di ricerca e di azione congiunta che vengono promosse e sostenute negli Stati Membri.
Come è noto il principale fattore di rischio associato all'insorgenza di qualsiasi demenza è l'età. La popolazione anziana è in continua crescita nel mondo ed in Italia e la speranza di vita aumenta costantemente, con uno sbilanciamento a favore delle donne soprattutto nelle classi più vecchie.

Il Rapporto Mondiale Alzheimer 2013 evidenzia come in tutto il mondo, il 13% degli over 60 richieda assistenza a lungo termine. Tra il 2010 e il 2050, il numero totale di anziani con esigenze di tipo assistenziale è destinato a triplicare, passando da 101 a 227 milioni di persone. L’assistenza a lungo termine è destinata in prevalenza a persone affette da demenza, con cui convive l’80% degli anziani nelle case di riposo. Attualmente, il costo globale dell’assistenza per la demenza supera i 600 miliardi di dollari, ovvero circa l’1% del PIL mondiale.

Secondo stime della scala Disability-adjusted life years (DALY), in EU il peso della demenza è quasi il doppio rispetto a quello generato dal diabete. Negli stessi Paesi, la stima dei costi per le demenze ammontava nel 2008 ad oltre 160 miliardi di Euro, con una stima dei costi delle sole cure informali intorno al 56% del totale. Le previsioni basate sull’evoluzione demografica in Europa fanno ipotizzare un aumento di circa il 43% di tali costi entro il 2030.

Esistono diverse tipologie infettive che possono causare demenza, tra cui:

Demenza di Alzheimer
Demenza a corpi diffusi di Lewy
Degenerazione cortico-basale
Paralisi sopranucleare progressiva
Demenza da idrocefalo normoteso
Demenze vascolari
Demenze fronto-temporali
Pseudodemenze e demenze miste

Questi tipi di demenza possono essere distinti in base alla progressione della patologia. Le demenze possono inoltre essere reversibili o irreversibili. Curando tempestivamente le forme di demenza reversibili il quadro di deterioramento cognitivo regredisce e la persona può anche riprendere le proprie attività. La maggior parte di demenze, purtroppo, sono di tipo irreversibile, che a loro volta si distinguono in demenze primarie o secondarie. Le demenze primarie sono di tipo degenerativo e includono la demenza di Alzheimer, tra quelle secondarie la più frequente è quella vascolare. Negli stadi iniziali delle diverse demenze è possibile riconoscerle, mentre risulta più complesso negli stadi avanzati di patologia, quando le differenze tra le varie demenze si assottigliano fino a scomparire del tutto

Alzheimer
Il neurologo tedesco Alois Alzheimer, essendosi reso conto che il caso da lui analizzato non rientrava nella nosografia delle demenze fino ad allora conosciute, diede il proprio nome a questa malattia durante il Congresso di Tubinga, Germania, nel 1906. Questa patologia, altamente invalidante ed in continuo aumento, a causa del fenomeno dell'invecchiamento della popolazione, rappresenta una delle più significative "emergenze" che i sistemi socio-sanitari si trovano ad affrontare da alcuni anni per l'impatto che ha sui servizi assistenziali e sulle famiglie.

Tra tutte le demenze esistenti, la patologia di Alzheimer è quella più diffusa, pesando circa il 50-60% su tutte le demenze. La sua insorgenza inizia dopo i 65 anni di età e colpisce prevalentemente le donne. Le funzioni cognitive sono deputate alla comprensione e alla codifica degli stimoli ambientali e permettono di elaborare risposte adeguate. Le principali funzioni cognitive sono: memoria, attenzione, linguaggio, agire o prassie, riconoscere o gnosie.
Il deterioramento delle facoltà cognitive è lento, progressivo ed è legato non solo all’età, ma anche alla storia familiare, all’eventuale presenza di traumi cranici, agli stili di vita e alle condizioni che comportano problemi ai vasi sanguigni.
Ad oggi, i deficit cognitivi devono essere confermati a seguito di test neuropsicologici ed esami clinico-strumentali, che registrano un’attendibilità del 85-90%, anche se viene considerata comunque una diagnosi probabile. La certezza di presenza di questa malattia può avvenire soltanto attraverso una biopsia  effettuata in vivo o tramite autopsia. L’analisi delle cellule cerebrali permette di verificare la presenza di alcune cellule che provano la presenza della malattia o meno.

Cause ed evoluzione
Le cause che portano al deterioramento cognitivo nella patologia di Alzheimer sono molteplici e non ancora completamente chiarite. Da un punto di vista biologico, durante la fase senile della vita, in un malato di Alzheimer l’atrofia delle cellule cerebrali risulta più marcata rispetto ad un soggetto sano. In rarissimi casi la patologia di Alzheimer è ereditaria, ovvero si sviluppa sistematicamente nei soggetti appartenenti ad un determinato ceppo familiare intorno ai 33-65 anni. Al mondo sono note soltanto una trentina di famiglie con Alzheimer genetico. In questi casi, i geni subiscono un mutamento che provoca la produzione di alcune proteine patogene. L’evoluzione dei sintomi della patologia segue un percorso lento e specifico, dalle funzioni complesse a quelle più semplici.

La storia personale, le esperienze maturate, gli eventi della vita, i traumi, la capacità di gestire le relazioni, sono tutte variabili che influenzano la manifestazione del deficit cognitivo e quindi l’insorgenza della patologia.
Nelle prime fasi della malattia vengono intaccate le capacità mnemoniche e di apprendimento, le attività lavorative e le attività socialmente complesse. Man mano che la patologia avanza, il soggetto interessato avrà sempre più difficoltà a svolgere le attività cosiddette normali della vita quotidiana, come lavarsi, vestirsi, cucinare ecc., avendo sempre più la necessità di una persona al suo fianco che lo aiuti.
Nelle fasi più avanzate sono invece intaccate le capacità motorie, come la deambulazione e la deglutizione. La durata media di questa patologia è di 10-15 anni e comporta l’aumento della fragilità del soggetto demente. Questo, sommato alle criticità dovute all’allettamento del malato, comporta l’insorgenza di complicanze o di altre patologie che molto spesso causano la morte del paziente.

I fattori di rischio
L’età è il fattore di rischio principale per questa patologia. Numerosi studi hanno poi evidenziato che il livello di scolarità, il tipo e la qualità di relazioni sociali influiscono sulla presenza di questa patologia, bassi livelli di scolarizzazione e relazioni sociali evidenziano una maggiore prevalenza di Alzheimer. La familiarità, che è diversa dal concetto di forma ereditaria e si traduce con la presenza nel ceppo familiare di una o più persone ammalate di Alzheimer, rappresenta un altro fattore di rischio. Avere un familiare ammalato di Alzheimer non vuol dire che sicuramente tutti i familiari svilupperanno questa patologia, ma semplicemente che il rischio di contrarla è maggiore rispetto a chi non possiede familiari ammalati. Per contro, svolgere attività fisica e prevenire le malattie cardiovascolari, soprattutto l’ipertensione, avere una intrecciata rete di relazioni sociali e affettive anche e soprattutto in età avanzata, svolgere attività che mantengono allenato il sistema cognitivo, sono tutte determinanti che favoriscono la prevenzione da questo tipo di malattia.

Strategie terapeutiche
Per la patologia di Alzheimer esistono sostanzialmente due approcci terapeutici: farmacologico e psicosociale. Nel primo approccio, esistono diverse tipologie di farmaco a seconda della contingenza da curare: i farmaci più utilizzati nei disturbi dell’umore sono gli antidepressivi e gli ansiolitici; i farmaci più utilizzati nei disturbi del comportamento sono i neurolettici, sebbene non sia chiara la loro efficacia né i loro effetti collaterali. 
Per quanto riguarda il secondo approccio, la letteratura scientifica ha identificato come ruolo fondamentale quello del caregiver, ovvero colui che fornisce le cure principali all’ammalato.

Il familiare nel processo di cura
Prendersi cura di un malato di Alzheimer richiede enorme impegno da un punto di vista assistenziale, emotivo e relazionale. Il caregiver quindi, che molto spesso è rappresentato da uno stesso familiare del malato, a volte si trova a dover fronteggiare l’inversione del ruolo ricoperto fino a quel momento (coniuge-genitore oppure figlio-genitore). Riuscire a governare correttamente questo cambiamento aiuta tutta la famiglia a designare correttamente il caregiver principale. Nelle scelte inerenti il malato, infatti, è essenziale coinvolgere tutti i membri della famiglia. A volte, nelle fasi iniziali di malattia, anche il malato stesso può essere coinvolto nelle decisioni che lo riguardano e lo riguarderanno. Lo stato di salute del caregiver è fondamentale per la corretta cura di un malato di Alzheimer. Una condizione di stress, di estremo carico lavorativo oppure un caregiver frustrato, può essere addirittura dannoso per il malato.

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