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Coronavirus, per le RSA la fase 2 non è la riapertura. Anzitutto più DPI e tamponi a tappeto

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Coronavirus, per le RSA la fase 2 non è la riapertura. Anzitutto più DPI e tamponi a tappeto

Coronavirus, per le RSA la fase 2 non è la riapertura. Anzitutto più DPI e tamponi a tappeto

Dall’Advisory Board riunito da Senior Italia FederAnziani i punti chiave per la gestione delle strutture per anziani nell’emergenza Covid-19

“La vera fase due per le Rsa non è la riapertura, ma la possibilità di essere più supportate di quanto non lo siano state nella fase uno, per essere ripulite dall’infezione attraverso un forte sostegno degli ospedali e poter poi tornare a vivere nella dimensione di relazione“. A dirlo è il presidente dell’Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale Lombardia, Luca Degani in un articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano a firma di Gaia Scacciavillani (VEDI L'ARTICOLO DEL FATTO QUOTIDIANO) . Ad oggi la fase due delle Residenze sanitarie assistite per chi ci lavora è ancora un miraggio, fa notare l’articolo. La riapertura delle porte delle strutture per anziani è una questione piuttosto spinosa, ma il problema non potrà rimanere ancora per molto fuori dalle agende governative, dei governi centrali e di quelli regionali.

“Prima o poi bisognerà anche ragionare sul fatto che se, per la loro tutela, avremo bisogno di rincominciare a inserire anziani nelle strutture socio sanitarie, dovremo “pulirle”. Magari dovremmo avere delle strutture dedicate ai soggetti Covid positivi e strutture Covid free, per poter garantire nuovi accessi alle persone che non possono più stare a domicilio. Devono esserci delle politiche che permettano l’esistenza di Rsa funzionali a nuovi ingressi, quindi prive del rischio e del peso di una gestione come è invece quella attuale in gran parte delle strutture”, spiega l’avvocato Degani.

“Bisogna fare una fase due in cui nel socio sanitario si ponga attenzione in primis alla persona, ricordando che la Rsa è un luogo per tutelare persone croniche, cosa che oggi per mille motivi non si può fare. Nella fase due bisognerà riuscire a ricostruire questi percorsi”, dice ancora il presidente di Uneba Lombardia, ammettendo che questa fase è idealmente anche il momento per ripensare il modello nel suo complesso.

Sulla questione della riapertura delle strutture ai parenti degli ospiti, dopo tutto quello che è successo, si va con i piedi di piombo e nessuno si vuole prendere la responsabilità nemmeno di iniziare a parlarne. Resta il fatto che gli ospiti sopravvissuti non vedono i loro cari da almeno due mesi e, avendo la maggior parte contratto il virus, sono in isolamento da settimane, in attesa dei tamponi che restano merce rara. Una situazione che metterebbe a dura prova chiunque, figuriamoci persone nella maggior parte dei casi affette da forme di demenza che generano confusione e disagio anche in condizioni normali.

“Se in questo momento riaprissimo le visite ci faremmo male”, sottolinea Degani che torna a chiedere tamponi a tappeto per uno screening completo degli ospiti e uno continuo del personale, oltre alla definizione di percorsi di segmentazione per garantire quarantene e isolamento a chi ne ha bisogno. Parole queste che mettono in luce quanto, ancor di più nella Fase 2, in questa globale necessità di ripartenza del Paese nel suo insieme, diventa centrale la capacità di affrontare la questione della RSA con strumenti adeguati. L’allarme è stato lanciato con forza da Senior Italia FederAnziani che ha riunito nei giorni scorsi un Advisory Board proprio allo scopo di individuare in modo scientifico i punti essenziali per la gestione dell’emergenza COVID 19 nelle strutture residenziali per anziani (VEDI IL DOCUMENTO). Prima di tutto, i dispositivi di protezione: “E’ fondamentale adottare una speciale attenzione per la prevenzione e il controllo delle infezioni all’interno delle RSA, riconoscendo il ruolo di primo piano di tali strutture come spina dorsale del sistema di welfare e la particolare vulnerabilità dei loro residenti. – si legge nel documento - Deve essere garantita a ogni RSA una preventiva dotazione di DPI adeguati, sufficienti per residenti e personale per almeno due settimane e, sin dalle prime fasi, deve esserne garantito, in caso di epidemia, il regolare e costante approvvigionamento. Devono essere distribuiti fondi a copertura di tutti i maggiori costi per DPI sostenuti nel corso dell’emergenza”.

Poi, sempre nelle priorità, la questione dei tamponi appunto, che “devono essere effettuati in modo sistematico e non a macchia di leopardo, con esiti garantiti in tempi rapidi. Occorre estendere il controllo agli asintomatici, sia tra i pazienti che tra gli operatori, poiché la comparsa della sintomatologia, quando c’è, evidenzia l’esistenza di una situazione già critica e consentire anche l’utilizzo dello screening sierologico venoso. Va stabilita una corsia preferenziale per effettuare i tamponi agli operatori che, al termine della quarantena, devono effettuare il controllo per poter tornare a lavorare, in modo da evitare carenze di personale”.

Ma non solo, sono molti i punti fondamentali individuati dall’Advisory Borard di Senior Italia FederAnziani, dal rafforzamento del ruolo della sanità territoriale, ove possibile prevedendo un ruolo di primo piano dei MMG e degli specialisti ambulatoriali, alle adeguate informazioni circa le procedure da rispettare per contenere l’infezione, così come avviene negli ospedali pubblici, anche fornendo la consulenza specialistica di pneumologi e infettivologi territoriali e di altre branche specialistiche; dalla possibilità di utilizzare sistemi telemonitoraggio all’attenzione all’impatto psicologico, fino alla lotta contro le situazioni irregolari.


05-05-2020

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